Weeda Ahmad “Solo la giustizia porta la pace”

uno

 
 
 

L’aula della scuola media di Porcia era gremita di persone, molti giovani e qualche profugo afghano accompagnato dagli operatori delle strutture in cui accolti. Lateralmente e sul palco erano esposte parte delle intense fotografie di Carla Dazzi, volontaria di Insieme si può gruppi onlus, scattate nel corso dei suoi innumerevoli viaggi in Afghanistan. Molti primi piani di volti di donne e uomini e tantissimi bambini, che mi hanno procurato una nostalgica stretta allo stomaco.

Con Weeda ci siamo salutate con calore: la vicinanza viene comunicata nell’immediatezza grazie anche alla conoscenza della lingua farsi. “Weeda, quando sarà possibile per me un viaggio almeno a Kabul?” le chiedo speranzosa. Weeda sorride un po’ imbarazzata e so dovuto a quella cultura dell’accoglienza dello straniero tanto incardinata nella cultura afghana. “Patrizia, è troppo pericoloso. Anche a Kabul non  riusciremmo a garantirti la sicurezza”. Ancor più per le amiche che dovrebbero proteggermi sarebbe rischioso, ed è per questo che tengo a bada il mio desiderio di partire.

Weeda viene chiamata sul palco, accanto a lei un interprete iraniano che risiede da anni a Venezia. E’ tranquilla mentre espone concetti che ho sentito molte volte: parla della storia del suo paese, dettagliando quasi quaranta anni di guerra, violenza e occupazione straniera. Le vittime, soprattutto le donne sono al centro del suo discorso, cifre e statistiche che non lasciano scampo alla consapevolezza di trovarci di fronte ad un abominio che si compie da troppo tempo sulla pelle del popolo afghano.

Come dicevo, discorsi che conosco bene, ma mi rendo ogni volta conto di come sia necessario – e Weeda come le altre attiviste che si spostano all’estero la praticano alla perfezione – mantenere viva la memoria storica che in troppi hanno l’interesse a nascondere o, peggio ancora, a mistificare.

Il passaggio più importante del discorso di Weeda, è l’illustrazione delle attività che la sua organizzazione Saajs (Associazione sociale degli afghani che cercano giustizia) porta avanti dal 2007: attivisti si spostano per tutto il paese, le 34 province afghane, arrivando fino ai villaggi più lontani e privi di infrastrutture, con la finalità di raccogliere le testimonianze delle famiglie che hanno avuto cari uccisi nelle varie fasi di guerra e occupazione succedutesi dall’occupazione sovietica in poi. “Abbiamo raccolto migliaia e migliaia di pagine, documentazione della sofferenza che il governo filo-sovietico e l’invasione sovietica prima e  successivamente la guerra dei vari gruppi armati dalle potenze regionali e mondiali e poi i talebani e infine l’occupazione straniera e il dominio dei signori della guerra, hanno causato alla popolazione”. Arrivano ferme ma lapidarie le sue parole. “Sono testimonianza di pianti, sangue e sofferenza. Ma innanzitutto di richiesta inconfutabile a cui noi come attivisti non possiamo non dar seguito: portare i criminali di guerra, gli stessi che gli occupanti stranieri hanno rimesso al potere nel 2001, davanti alla corte di giustizia internazionale. Perché vengano processati e condannati. Senza giustizia per le vittime una nazione non può trovare la sua anima. Tantomeno la pace”.

Che questa richiesta non cada nell’oblio.

(per informazioni www.saajs.com sulla striscia di destra scorrono notizie in lingua inglese; per sapere dei progetti in Afghanistan di Gruppi Insieme si può onlus: www.365giorni.org).


Aggiungi commento


Codice di sicurezza
Aggiorna

Notizie

 

Roma, il corteo contro la violenza sulle donne «Siamo 200 mila ...

Corriere della Sera  - ‎10 ore fa‎
Gli uomini c'erano, eccome. E non relegati in fondo al corteo — come volevano le femministe più dure — ma in mezzo (magari un po' defilati, per rispetto) alle decine di migliaia di donne che sfilavano contro femminicidio, stalking, abusi di ogni tipo ...
#nonunadi meno, a Roma la manifestazione contro la violenza sulle ...
Violenza sulle donne: testimoni da 4 Paesi