Iran: La violenza contro le donne non è questione culturale

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I messaggi sono forti e diretti: le tre attiviste simbolo di tante altre e altri, sono in carcere, condannate a vari anni di detenzione per le loro azioni di contrasto alla prassi di repressione di tutti coloro che si battono in difesa dei diritti umani, civili, sindacali in Iran.

Sono avvocate, assistenti sociali, giornaliste... che pagano la scelta fatta di non tacere o non piegarsi ai sistemi di paura e terrore messi in atto dagli apparati di repressione e controllo.

Ho sentito il dovere di parlare di loro, perché il 28 novembre si è tenuto presso la sala Lupa alla Camera dei deputati il convegno “Difendiamoli!” organizzato da diverse associazioni italiane impegnate nella difesa dei diritti umani e, in questo caso, della difesa dei difensori. Nella lista dei paesi letta all’inizio del convegno, in cui sono stati uccisi attivisti per i diritti umani, l’Iran era il grande assente.

Questa “dimenticanza” è per me inspiegabile. Mi limito qui a dire come molti organismi, soprattutto italiani, siano sempre stati alquanto restii dal parlare della condizione di violazione dei diritti nel paese guidato ormai da quasi 40 anni, da una dittatura teocratica che ha fatto della peculiarità dell’Islam di lettura khomeinista la linea rossa che nessuno e in qualsivoglia occasione può attraversare.

Per questo trovo ancor più necessario far risuonare il messaggio di dignità che queste coraggiose e generose donne stanno dando innanzitutto al loro popolo: solo agendo si potrà essere liberi, solo opponendosi alle pratiche oscurantiste si troverà la forza del cambiamento.

Loro, Narghess, Atena, Aliyeh e tante altre dimostrano che le donne devono essere in prima linea contro un sistema che ha fatto della misoginia e del patriarcato il pilastro vitale della propria sopravvivenza.

Non dimentichiamo, allora: Non una di meno.


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