Weeda Ahmad “Solo la giustizia porta la pace”

Afghanistan. Weeda Ahmad “Solo la giustizia porta la pace”

Devo ammettere Pordenone quest’anno è stata culla d’incontri e di rimpatriate. A febbraio, avevo conosciuto Stefano Mantovani presidente della Coopnoncello, con cui ho creato un sodalizio professionale e di  amicizia che mi ha portato a Van in Turchia per il progetto di empowerment dell’imprenditoria cooperativa femminile, e quindi a collaborare con lui al piano di accoglienza integrata dei profughi. Proprio per quest’ultimo incarico, ero partita da Roma lo scorso lunedì 12 dicembre e, arrivata alla sede della cooperativa, mi era stato detto che a Porcia, frazione di Pordenone, la sera successiva si sarebbe tenuto un incontro con l’attivista afghana Weeda Ahmad. Quale la mia sorpresa e, non nascondo, la felicità di poter rincontrarla e ascoltarla nuovamente – avevo sentito il suo intervento alla Camera dei Deputati a Roma in occasione di un convegno organizzato, tra gli altri, da Un Ponte Per solo un paio di settimane prima – sapendo che il 15 dicembre aveva l’aereo che l’avrebbe ricondotta a Kabul.

L’aula della scuola media di Porcia era gremita di persone, molti giovani e qualche profugo afghano accompagnato dagli operatori delle strutture in cui accolti. Lateralmente e sul palco erano esposte parte delle intense fotografie di Carla Dazzi, volontaria di Insieme si può gruppi onlus, scattate nel corso dei suoi innumerevoli viaggi in Afghanistan. Molti primi piani di volti di donne e uomini e tantissimi bambini, che mi hanno procurato una nostalgica stretta allo stomaco.

Con Weeda ci siamo salutate con calore: la vicinanza viene comunicata nell’immediatezza grazie anche alla conoscenza della lingua farsi. “Weeda, quando sarà possibile per me un viaggio almeno a Kabul?” le chiedo speranzosa. Weeda sorride un po’ imbarazzata e so dovuto a quella cultura dell’accoglienza dello straniero tanto incardinata nella cultura afghana. “Patrizia, è troppo pericoloso. Anche a Kabul non  riusciremmo a garantirti la sicurezza”. Ancor più per le amiche che dovrebbero proteggermi sarebbe rischioso, ed è per questo che tengo a bada il mio desiderio di partire.

Weeda viene chiamata sul palco, accanto a lei un interprete iraniano che risiede da anni a Venezia. E’ tranquilla mentre espone concetti che ho sentito molte volte: parla della storia del suo paese, dettagliando quasi quaranta anni di guerra, violenza e occupazione straniera. Le vittime, soprattutto le donne sono al centro del suo discorso, cifre e statistiche che non lasciano scampo alla consapevolezza di trovarci di fronte ad un abominio che si compie da troppo tempo sulla pelle del popolo afghano.

Come dicevo, discorsi che conosco bene, ma mi rendo ogni volta conto di come sia necessario – e Weeda come le altre attiviste che si spostano all’estero la praticano alla perfezione – mantenere viva la memoria storica che in troppi hanno l’interesse a nascondere o, peggio ancora, a mistificare.

Il passaggio più importante del discorso di Weeda, è l’illustrazione delle attività che la sua organizzazione Saajs (Associazione sociale degli afghani che cercano giustizia) porta avanti dal 2007: attivisti si spostano per tutto il paese, le 34 province afghane, arrivando fino ai villaggi più lontani e privi di infrastrutture, con la finalità di raccogliere le testimonianze delle famiglie che hanno avuto cari uccisi nelle varie fasi di guerra e occupazione succedutesi dall’occupazione sovietica in poi. “Abbiamo raccolto migliaia e migliaia di pagine, documentazione della sofferenza che il governo filo-sovietico e l’invasione sovietica prima e  successivamente la guerra dei vari gruppi armati dalle potenze regionali e mondiali e poi i talebani e infine l’occupazione straniera e il dominio dei signori della guerra, hanno causato alla popolazione”. Arrivano ferme ma lapidarie le sue parole. “Sono testimonianza di pianti, sangue e sofferenza. Ma innanzitutto di richiesta inconfutabile a cui noi come attivisti non possiamo non dar seguito: portare i criminali di guerra, gli stessi che gli occupanti stranieri hanno rimesso al potere nel 2001, davanti alla corte di giustizia internazionale. Perché vengano processati e condannati. Senza giustizia per le vittime una nazione non può trovare la sua anima. Tantomeno la pace”.

Che questa richiesta non cada nell’oblio.

(per informazioni www.saajs.com sulla striscia di destra scorrono notizie in lingua inglese; per sapere dei progetti in Afghanistan di Gruppi Insieme si può onlus: www.365giorni.org).

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Patrizia Fiocchetti120

Patrizia Fiocchetti ha lavorato con i rifugiati politici presso il Consiglio Italiano per i Rifugiati, la Caritas di Roma e il Servizio centrale del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar). Ha pubblicato "Afghanistan fuori dall'Afghanistan" (Poiesis ed. 2013, con E. Campofreda) e "Variazioni di Luna - Donne combattenti in Iran, Kurdistan e Afghanistan " (Lorusso ed.luglio 2016). Ha partecipato ai libri "Una mattina ci siam svegliate" (Round Robin, 2015) e "Si può ancora fare"(Safarà, 2016). Ha pubblicato articoli con Il Manifesto, Confronti e Guerre e Pace. Collabora con la rivista Laspro e dal settembre 2016 conduce questa rubrica.

patrizia.fiocchetti@pontedonna.org

Turchia: per non dimenticare Zehra Dogan

Zehra Dogan è stata arrestata a Nusaybin (Turchia sud-orientale) lo scorso luglio nell’ambito del giro di vite compiuto da Erdogan dopo il fallito colpo di stato.
Accusata di essere membro del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) per la sua attività di denuncia condotta sia come giornalista che come artista, Zehra è stata rinchiusa in carcere e ad oggi non si hanno notizie di quale potrà essere il suo destino.

Zehra è una delle tanti voci libere rinchiuse con l’accusa di complotto contro lo stato. Non dimenticare lei, la sua opera di artista oltre che di reporter, significa continuare a tenere viva la memoria di tutti coloro rinchiusi per aver semplicemente e umanamente esercitato il diritto alla libertà di opinione.

“Ho sempre cercato di esistere attraverso i miei dipinti, le mie notizie, e la mia lotta come una donna. Ora, anche se sono intrappolata tra le quattro mura, io continuo a pensare che ho fatto assolutamente il mio dovere in pieno. In questo paese, buio come la notte, dove tutti i nostri diritti sono stati incrociati con sangue rosso, sapevo che stavo per essere imprigionata.
Voglio ripetere l’insegnamento di Picasso: pensi davvero che un pittore è semplicemente una persona che usa il suo pennello per dipingere insetti e fiori? Nessun artista volta le spalle alla società; un pittore deve usare il suo pennello come arma contro gli oppressori. Nemmeno i soldati nazisti hanno cercato Picasso a causa dei suoi dipinti, e tuttavia io sono a giudizio a causa dei miei disegni. Terrò disegno. Quando una donna rilascia fiumi di colori, è possibile lasciare la prigione. Ma sono solo pennellate .... Non dimenticate mai, è la mia mano che tiene il pennello! “
(Brano tratto dalla sua lettera dal carcere. http://www.infoaut.org/)

vdlsanbasilio 

 Patrizia Fiocchetti presenterà il suo libro Variazioni di luna, venerdì 16 dicembre a San Basilio in via A. Provolo, 24.

 

 

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