Salute vs Malattia

Salute vs Malattia: distorsione degli spazi della collettività

Nel 1946 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) coniò una definizione di salute che esulava dal quel concetto di “salute = assenza di malattia” sostenuto dalla scienza fino ai primi decenni del XX secolo.

La definizione dell’OMS, "stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia", sanciva inoltre il principio di ciò che oggi riconosciamo tutti come “diritto alla salute” e, coinvolgendo nella definizione data il termine sociale, chiamava le istituzioni a rendersi responsabili della garanzia di tale diritto.

La definizione del 1946 viene oggi ritenuta superata da alcuni, in quanto è utopistico pensare che un individuo possa realmente esperire uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale. Ognuno di noi infatti è in grado di provare sensazioni di benessere, non-benessere o malessere indipendentemente dal proprio stato di salute fisica, psichica e sociale e sarebbe forse più corretto esprimere il concetto di salute come misura di equilibrio fra l’individuo, la società e il proprio ambiente.

Purtroppo, nonostante i grandi passi fatti nel campo del diritto, la salute è ancora comunemente concepita come “assenza di malattia” e se a questo aggiungiamo che la nostra società tende ad alienare il valore della complessità dell’esistenza, fatta anche di sofferenza e quotidianità, in favore di stereotipi di tipo edonistico, il gioco è fatto: disabili o anziani = diversi = minoranza di minorati e, per la proprietà transitiva, accessibilità = problema che riguarda “gli altri”.

Peccato invece che la nostra sia una società che tende all’invecchiamento della popolazione, all’aumento di patologie legate a squilibri ambientali, stress, inquinamento (fattori epigenetici) e all’alienazione degli individui dal senso di appartenenza alla collettività.

In tale contesto, dovrebbe quindi apparire chiaro che l’accessibilità degli ambienti nei quali viviamo è un problema che riguarderà, prima o poi, la maggior parte di noi, se non altro perché ognuno di noi è stato generato da individui che, se hanno fortuna, sono destinati ad invecchiare e lo farano o lo stanno facendo in ambienti non proprio accoglienti.

La promozione di modelli di vita basati sulla velocità, sull’efficientamento dei sistemi (compreso il sistema “homo sapiens sapiens”), sulla mancanza costante di tempo “per sé e per gli altri” e su valori edonistici, non può che mantenere salda la condivisa percezione distorta del paradigma salute/malattia/diversità, incidendo negativamente sulla realizzazione concreta di ambienti accessibili a tutti, di ambienti inclusivi.

Nonostante le normative avanzate, una tecnologia sempre più progredita, la facile e immediata disponibilità di informazioni attraverso il web, si continuano a progettare le città, gli ambienti e i mezzi di trasporto senza tenere conto dell’importanza di renderli accessibili a tutti o apportando alle opere realizzate misure di accessibilità posticcia, poco o per niente efficienti e con ovvio aumento dei costi di realizzazione.

Inoltre, chiedere di affrontare tutte le specifiche procedure preliminari a una qualsiasi pianificazione del territorio o alla progettazione di un’opera pubblica, tenendo presente fin dall’inizio il tema dell’accessibilità come semplice condizione sine-qua- non, alla stregua di altri problemi tecnici (idraulici, geologici, statici ecc.) sembra, nella maggior parte dei casi, essere un qualcosa da demandare a specifiche politiche di settore, in particolare quello socio sanitario peraltro privo di figure competenti in materia di pianificazione territoriale.

Nonostante che a livello nazionale e internazionale, siano molti gli istituti, le associazioni, i professionisti e le fonti del diritto che promuovono il tema dell’accessibilità inclusiva e del design-for- all, c’è da chiedersi perché rimaniamo in questa empasse culturale che non conviene a nessuno.

Possibile che i nostri amministratori, impegnati a gestire le diverse politiche settoriali, non si rendano conto che promuovere, pretendere e garantire una progettazione inclusiva avrebbe una ricaduta su un bacino elettorale ben più ampio di quello rappresentato dalle sole persone con disabilità e per giunta, senza costi aggiuntivi?

Si, è possibile. E’ possibile perché la nostra società nasconde ai bambini la vecchiaia e il disagio della caducità della vita come orrori da esorcizzare e così facendo, li nasconde anche agli adulti.

Forse, per arrivare alla piena e “normale” condivisione del concetto di accessibilità inclusiva, bisognerebbe cominciare a lavorare proprio sui bambini, con una didattica interattiva e giocosa, fin dalle scuole primarie. Il percorso è lungo ma può avere effetti esponenziali e portare in un futuro prossimo alla diffusione di un ambiente accogliente per tutti. Esistono già sperimentazioni in questo campo anche a livello nazionale ma ne parleremo in un prossimo articolo.

Anna Rotellini2

Anna Rotellini, architetta.
E' nata nel 1958, vive e lavora a Firenze. Cura questa rubrica dall'ottobre 2016.

anna.rotellini@pontedonna.org