Accessibilità e appartenenza

Accessibilità e appartenenza

Oggi vorrei parlare di come il senso di appartenenza a un luogo e a una cultura, sia strettamente legato al tema dell’accessibilità.

L’essere umano, come qualsiasi altra forma di vita, è parte integrante dell’ambiente che lo circonda e con esso stabilisce un rapporto di reciproca interazione e trasformazione, sia come singolo individuo che come parte della comunità.

Fino dalle epoche più remote gli esseri umani hanno cercato di “addomesticare” il proprio ambiente per renderlo ospitale e protettivo per la comunità della quale facevano parte.

 

In epoca preistorica, questo è avvenuto attraverso azioni volte sostanzialmente alla difesa del proprio territorio, al sostentamento e alla riproduzione della propria comunità di appartenenza.

Nel corso dei millenni queste azioni, pur rimanendo il motore di fondo della relazione uomo/natura, si sono fatte più complesse, rispondendo alle esigenze di comunità sociali allargate che andavano costituendosi in strutture territorialmente riconoscibili, quali villaggi e città.

La storia dell’arte, a cominciare dalle pitture rupestri, ci testimonia però di come questa relazione uomo/natura non sia legata solo a motivazioni di tipo materiale ma risponda anche a legami di natura spirituale, stabiliti con l’ambiente che ci circonda. Il senso di “appartenenza” fa parte di questo tipo di legami.

Tutto ciò che è inaccessibile, impenetrabile, difficile da raggiungere o da interpretare, solleva in noi un senso di inquietudine e spesso anche di paura, sentimenti che difficilmente permettono il manifestarsi, cosciente o meno, del senso di appartenenza.

Oggi le nostre città e la nostra civiltà tecnologica, apparentemente sembrano offrire tutto quanto serve al sostentamento e alla difesa ma in realtà hanno completamente perso la capacità di stimolare quel primitivo senso di appartenenza a una comunità all’interno della quale sentirsi protetti.

Il perché questo sia avvenuto ha ragioni storiche e antropologiche troppo complesse per essere qui trattate ma credo che ognuno di noi avverta chiaramente come il rapporto con ciò e con chi ci circonda si stia facendo sempre più distante.

In questo panorama, le nostre città e il nostro territorio vengono vissuti quasi come fossero solo distanze da percorrere durante la nostra indaffarata vita quotidiana.

Percepiamo emozioni date dai luoghi e dalla natura quasi esclusivamente quando siamo in vacanza, e lo facciamo escludendo da questi sentimenti quasi tutti i luoghi e gli oggetti della contemporaneità: le nostre periferie, i mezzi di trasporto, gli uffici, i capannoni industriali. Eppure sono proprio questi ultimi, le realtà predominanti nel nostro vivere quotidiano.

Evidentemente c’è qualcosa che non va in ciò che abbiamo costruito nell’ultimo secolo della nostra civiltà: nessuno di noi ha partecipato direttamente, con le proprie mani, alla costruzione di luoghi della contemporaneità che sono “piovuti” sui nostri territori con una velocità sorprendente e senza alcuna cura di dare forma a quei legami spirituali che l’uomo aveva stabilito col proprio ambiente. Addomesticamento, cura, memoria, simboli, sono stati quasi sempre dimenticati per costruire luoghi economicamente appetibili ma inaccessibili per quella richiesta di appartenenza e protezione che scaturisce dalla nostra natura primitiva che ancora vive dentro di noi.

E’ necessario essere consapevoli della frattura profonda che abbiamo creato, prima di proporre o inventare nuovi luoghi del vivere, città che possano “attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri”.

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Anna Rotellini2

Anna Rotellini, architetta.
E' nata nel 1958, vive e lavora a Firenze. Cura questa rubrica dall'ottobre 2016.

anna.rotellini@pontedonna.org