Un viaggio a Kobane

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28 Febbraio 2015

Da Roma parte alla volta di Kobane, città sita nella regione settentrionale siriana del Rojava, la staffetta donne composta da Angela, Carla e Patrizia. La staffetta si inserisce unitamente a quella medica, nel percorso di solidarietà di stampo internazionale che vede impegnati in molte città d’Italia attivisti, associazioni e collettivi. Prima tappa: Gaziantep.

 

1 Marzo 2015

Da Gaziantep la staffetta si sposta in minibus a Suruc, cittadina sita nella provincia di Urfa adiacente al confine con il cantone di Kobane. A Suruc alloggiamo presso il centro culturale “Amara” (il 20 luglio 2015 sarà oggetto di un atto terroristico che causò l’uccisione di 32 volontari di associazioni turche di sinistra), luogo di accoglienza per i volontari e gli attivisti internazionali, nonché dei giornalisti, diretti a Kobane. E’ qui che la staffetta rimarrà per organizzare la spedizione nel cantone.

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2 Marzo 2015

Giorno di incontri. Innanzitutto presso “Amara” conosciamo Fayza Abdi co-presidente del Consiglio legislativo di Kobane, con cui abbiamo scambi sulla prassi di trasversalità e co-gestione delle cariche pubbliche messa in essere nel Rojava e anche nelle municipalità turche-curde.

 

Lo stesso giorno, la staffetta ha un incontro ufficiale con la co-sindaca di Suruc, Zuhal Ekmez a cui prendono parte Mustafa Dogal, rappresentante del Congresso democratico del popolo curdo (DTK) e Mustafa Can rappresentante del settore internazionale del Partito democratico del popolo (HDP). La co-sindaca Ekmez illustra la propria esperienza nella gestione della municipalità anche a fronte dell’enorme afflusso di rifugiati provenienti dal vicino cantone di Kobane, nonché le modalità operative su cui la co-gestione stessa si basa. Tiene a specificare che pur non essendo ufficialmente approvato da Ankara tale forma di governo locale – difatti il ministero dell’Interno turco riconosce il solo sindaco eletto nelle  consultazioni amministrative, in qualche modo la sua nomina era riconosciuta dalla comunità locale che si ispira alla Carta del Contratto Sociale.

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3 Marzo 2015

La giornata è dedicata alla visita di due dei sei grandi campi profughi che si trovano a Suruc e sono gestiti dall’amministrazione comunale con l’aiuto di volontari. Nel primo, che porta il nome della martire “Kader Ortakkaya”, sociologa curda uccisa dai militari turchi mentre tentava di entrare a Kobane, ci accoglie Hediye membro del comitato femminile del campo. La giovane donna ci illustra l’organizzazione quotidiana che si regge sostanzialmente sui membri femminili dei nuclei famigliari ivi accolti in 410 tende (dono del parlamento curdo) ordinatamente predisposte su più file. Su una sorta di piazzola, si affacciano alcune costruzioni provvisorie dove si trovano la scuola aperta ai bambini dove le lezioni sono rigorosamente in lingua curda, e gli uffici che si occupano di regolare la vita all’interno del campo. Tra di essi, il più importante è quello occupato dalla Casa delle Donne che oggi è impegnata nel programma di festeggiamenti per la giornata internazionale della donna. Ragazze vestite in abiti tradizionali, ballano in gruppo all’interno di un cerchio formato dalle numerose donne, e uomini, accorsi a vederle.

E’ proprio qui che sentiamo per la prima volta lo slogan simbolo dell’8 Marzo 2015: “Jin, Jiyan, Azadì”, Donna, Vita, Libertà.

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VKp 19Ci spostiamo quindi nel campo profughi “Rojava”. Ad attenderci Isil responsabile del campo con cui parliamo all’interno di un’ampia tenda dove è attiva una sartoria che occupa molte delle ragazze del campo. Isil spiega la volontà che spinge i profughi fuggiti da Kobane a rientrare nella città e nei villaggi dopo che è stato dato l’annuncio della vittoria ottenute dalle forze di resistenza sul Daesh: desiderano rimpadronirsi della propria normalità. Il campo è di fatto abitato soprattutto da donne, visto che a scaglioni gli uomini, nonostante la situazione ancora rischiosa, hanno ripassato il confine turco-siriano per rientrare nelle proprie case, verificare i danni e ripararle o ricostruirle da zero. Molte le mogli e figlie che si stanno preparando per raggiungerli.

Il pomeriggio al centro culturale “Amara” abbiamo un interessante incontro con Hediya Bakrak rappresentante del Movimento rivoluzionario delle donne curde, che illustra le azioni messe in essere dal movimento per il contrasto alla prassi patriarcale, volte all’affrancamento delle donne da pensiero e pratica misogina insiti nel tessuto socio-culturale curdo. Rivendica la realtà essenziale del contesto organizzativo quale veicolo sia di salvaguardia che di rivendicazione per le donne, in cui la formazione e l’educazione nel senso più ampio del termine, ovvero anche di scambio esperenziale, viene posto come elemento imprescindibile. Il confronto sulle buone prassi tra Hediya e noi componenti della staffetta donne è vivace e ricco di spunti.

4 Marzo 2015

La staffetta è ancora in attesa della risposta alla richiesta d’ingresso a Kobane attraverso canali “non-convenzionali”. La mattina ci rechiamo al villaggio di Mizanter, molto vicino al confine siriano. Immerso in un’oasi di verde, a Mizanter viene portato avanti un progetto a basso impatto ambientale e vi si coltiva agricoltura biologica. Al centro, si trova una bassa costruzione in pietra dove è sita una biblioteca che celebra la storia del PKK, il Partito dei lavoratori curdi, del suo fondatore Ocalan e della resistenza per la liberazione di Kobane. I libri vengono inviati da tutto il mondo e, essendo stato Mizanter nel periodo più infiammato della guerra tra il Daesh e le forze di liberazione, un punto di approdo per gli attivisti turchi e stranieri in attesa di passare il confine, la biblioteca è stata costruita grazie al lavoro di questi volontari. In lontananza corre la strada che porta al confine ufficiale turco-siriano. Quel giorno transitano moltissime automobili dirette da Suruc a Kobane: sono i famigliari dei caduti che vanno a riprendere e seppellire il corpo dei propri cari.

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Rientrate a Suruc, Fayza ci invita a pranzo insieme ad una delegazione giunta dalla Svezia di cui fa parte Ann-Margarethe Livh vice sindaco della città di Stoccolma. Durante il pranzo veniamo informate che il pomeriggio passeremo il confine, di tenerci pertanto pronte perché l’orario della partenza ci verrà comunicato solo qualche minuto prima.

Ore 16:00. Insieme ad un giornalista giapponese, rifiutato al confine dalla polizia turca nonostante fosse munito di visto d’ingresso, saliamo su un pulmino alquanto malridotto e ci dirigiamo fuori Suruc. Ci vorranno più di sei ore per raggiungere il confine “non convenzionale”: il pulmino percorre stradine interne e in alcuni punti disagevoli; fa sosta due volte per caricare altre persone, tra cui tre giovanissimi combattenti – due ragazzi e una ragazza. Quando si immette sulla strada che affianca l’infinito tracciato di filo spinato è buio pesto, a parte una luna alta nel cielo.

Notte tra 4 e 5 Marzo 2015

Passiamo il confine senza problemi e dopo una marcia abbastanza faticosa il gruppo viene preso in consegna da un combattente YPG (Forze di difesa del popolo). Un altro paio d’ore e a notte fonda, dopo essere stati caricati su un suv nero, giungiamo in una Kobane completamente immersa nel buio. Fatti scendere i tre combattenti e poi il giornalista, noi giriamo un po’ prima che ci venga trovata la corretta sistemazione: veniamo ospitate a casa di Shavin, la giovane responsabile della commissione cultura del cantone di Kobane.

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VKp 335 Marzo 2015
Veniamo svegliate presto da Asia, giovane esponente del governatorato di Kobane che ha vissuto a Roma per qualche anno. Il programma è fitto, innanzitutto incontro con le rappresentanti della Yekitia Star (Unità Stella) con cui si parlerà del progetto di ricostruzione della casa internazionale delle donne. Presso la loro sede nella parte ovest della città, incontriamo Roxane e Peuman due responsabili. L’incontro, sedute per terra a gambe incrociate, si muove tra varie tematiche: la nascita delle Yekitia Star; la loro organizzazione operativa in varie case delle donne create nei quartieri di ogni città e in tutti i villaggi del Rojava; il ruolo svolto in vari ambiti della società della regione; la lotta contro il Daesh e l’impatto avuto dalle combattenti YPJ (Forze di difesa delle donne) sulla società multietnica della zona. Quindi, si svolge il confronto sull’idea di ricostruzione della casa della donna, uno dei primi edifici distrutti dai bombardamenti dei miliziani fondamentalisti. Roxane e Peuman sottolineano l’importanza di questa casa che dovrebbe divenire luogo deputato e punto di riferimento non solo per le donne di Kobane ma anche per tutte le attiviste internazionali. E’ in questo incontro che si gettano le basi del progetto Ri/costruiamo Kobane – la casa delle donne.

 

La giornata prosegue con la visita dei quartieri di Kobane distrutti dal Daesh. Ci guida Asia ed è scioccante muoversi tra le macerie e gli involucri delle bombe esplose. Eppure nel silenzio, è incredibile vedere i primi abitanti rientrati dai campi profughi turchi che iniziano a rimpadronirsi della città e i bambini sorridenti e vivaci che giocano con dei tricicli impolverati e malconci lanciandosi lungo la via principale di Kobane, quella che conduce a piazza della Libertà e l’unica completamente libera dalle macerie.

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6 Marzo 2016

E' il primo giorno dedicato ai festeggiamenti della giornata internazionale della donna. Ci riuniamo alle donne della città e ad alcune altre poche ospiti straniere, nel cortile dell’edificio che accoglie temporaneamente la Casa delle donne. In fila indiana, con le bandiere a triangolo con su ricamato Ypg e Ypj, ci muoviamo lungo le strade della parte ovest di Kobane, la meno colpita dalla guerra. Vengono scanditi slogan che si susseguono a canti. Il corteo fa alcune fermate: alla caserma delle Ypg, dove ci aspettano giovani combattenti schierati per il saluto; a quella delle Ypj dove salutiamo le ragazze tornate dal fronte; e infine la morgue dove porgiamo le condoglianze ai famigliari di cinque combattenti, quattro ragazzi e una giovane delle Ypj, caduti due giorni prima sul fronte orientale. Poi, la manifestazione si scioglie.

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Ci attendono al governatorato di Kobane e lungo la strada, abbiamo un incontro interessante con Xezne Nebi la direttrice di Ronahi Tv, l’emittente di Kobane. Xezne è colei che insieme ai suoi collaboratori ha inviato al mondo le immagini della guerra di resistenza a Kobane. Il suo racconto è molto istruttivo soprattutto sulla percezione che questa donna carismatica ha dell’informazione: la verità è l’unica scelta per un giornalista.

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Proseguiamo e alla sede del governo incontriamo il Presidente del cantone Anwar Muslem. Ci illustra le difficoltà che stanno affrontando su vari fronti: gli aiuti umanitari; la ricostruzione e lo sgombero delle macerie; la bonifica delle abitazioni dagli ordigni lasciati dai miliziani del Daesh. Tutto questo si scontra con l’ostilità del governo turco che impedisce un passaggio fluido a qualsiasi tipo di materiale, e il corposo flusso di rientro dei profughi. Ci invita, alla fine, a partecipare alla cerimonia di sepoltura dei cinque combattenti di cui abbiamo incontrato i famigliari.

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Nel pomeriggio ci rechiamo al cimitero che la città di Kobane ha riservato ai martiri della resistenza per la liberazione del cantone e dell’intera regione e partecipiamo alla commovente cerimonia.

 

 

La notte, insieme agli operatori di Ronahi Tv passiamo di nuovo il confine e rientriamo a Suruc.

 

7 Marzo 2015

Da Suruc partiamo alla volta di Nusaybin dove si svolge la prima delle grandi manifestazioni ufficiali indette per l’8 marzo. A piedi con centinaia di donne, e anche molti uomini, ci rechiamo verso il confine con Cezire, altro cantone del Rojava: a distanza vediamo le donne dal lato siriano che festeggiano insieme a noi. Anche se siamo lontane poiché la no man’s land che separa le due zone è presidiata dai blindati turchi. A Nusaybin è stato montato un palco in un prato e lì con il discorso di Ocalan dedicato alla giornata internazionale delle donne, i saluti delle delegazioni straniere, canti e balli si conclude l’evento. La sera in autobus raggiungiamo la città di Dyabarkir.

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8 Marzo 2015

A Dyabarkir si svolge la manifestazione più importane dell’8 marzo. Molto partecipata, dove allegria, balli e canti tradizionali sono una scossa che attraversa tutto il corteo. Ci mischiamo alle donne curde, turche o straniere come noi. La manifestazione arriva in un’ampia piazza e lì viene suonata e cantata in coro “O bella Ciao”. La nostra missione si conclude qui.

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9 Marzo 2015

Partenza da Dyabarkir. Via Istanbul rientriamo a Roma.

 

 

 

 

 

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